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Curiosità

CURIOSITA’

L’alimentazione base dei “Vigolani” era, come nel resto del Trentino, unicamente legata ai prodotti che la terra poteva produrre.
I cibi erano pochi e semplici, cucinati a lungo sulle “fornasele” a legna che rappresentavano anche l’unica forma di riscaldamento nelle case.
Il pasto principale era costituito dalla polenta, quasi sempre accompagnata dai “crauti” che i contadini producevano in proprio con i cavoli (a volte mischiati alle rape) coltivati nei campi.
Le lucaniche, che venivano cotte nei crauti, nonostante tutti allevassero il proprio maiale da macellare, non potevano essere mangiate in abbondanza in quanto dovevano durare il più possibile ed in genere le bocche da sfamare erano molte ( di sicuro non si contavano le persone: la lucanica piccola o grande che fosse doveva bastare al fabbisogno del pranzo). Se i crauti venivano conditi in abbondanza la si faceva con le orecchie o le cotiche del maiale, solo i bambini erano esclusi da questa prelibatezza , perché a loro non piacevano.
La polenta avanzata serviva da pastura alle galline, per la merenda dei bambini con pochissimo zucchero, per la colazione a mo’ di minestra con poco latte e caffè d’orzo, oppure riscaldata sui cerchi della “fornasela” con i crauti avanzati, a volte mescolata con patate ed arrostita.
La polenta e i suoi contorni:
polenta e uva polenta e marmellata di more di gelso polenta e peri polenta e fighi (per coloro che avevano campi ai Brusaferi o a Valsorda)

Per il pasto serale venivano cucinati alcuni piatti che ormai sono poco conosciuti: “el torolò”, la “mosa”, “el brobrusà”, “el smacafam”, “el sguazet”, i “fregoloti”, , la minestra de orso condita con i “peoti”, le “rece” i “museti” e la “coal” del maiale, patate “rostide con la “molka” del burro.
Per ottenere una quantità maggiore di condimento e per poterlo conservare si metteva il burro in una pentola calda e si faceva colare finche produceva schiuma. Veniva poi invasato nei “pitari” e ciò che rimaneva sul fondo del recipiente di cottura, una poltiglia marrone di sapore amarognolo veniva chiamata “molka”.
Solamente durante le grandi festività si potevano mangiare piatti come la polenta e coniglio, “el tonco de pontesel”, trippe, gli gnocchi e la pasta (pasta “sporca” si diceva: condita con il sugo della carne).
Si ricorda il rito degli gnocchi, sia di patate che di farina, scodellati in una grande scodella di ferro smaltato, conditi con conserva (chi non ricorda la cartina con dieci lire di conserva…) e un po’ di condimento a base di grasso di maiale, scodella nella quale pescavano sette-otto commensali con le loro forchette (il più svelto riusciva a saziarsi maggiormente).
Il contadino inoltre aveva a disposizione le patate che venivano coltivate in abbondanza non solo per la tavola domestica ma anche per integrare il cibo per gli animali (le famose patate piccole cotte nel paiolo grande con barbabietole e spesso mangiate con gusto, compresa la buccia, dai bambini). Il brodo di carne era usato solo in casi eccezionali: ne beneficiavano, infatti, solo gli ammalati che dovevano rimettersi in forze.
Il brodo era il risultato della bollitura di tutte le parti della gallina (magari vecchissima) oppure di pancetta affumicata. Una curiosità è data dall’usanza dei pasti preparati per le puerpere: a loro era riservata per alcuni giorni la “panada” minestra di pane cotto a lungo nell’acqua e poco condita (chissà perché le neo mamme si sentivano sempre “deboli”?).
Ad un’analisi superficiale si potrebbe pensare che, in fondo, il contadino avrebbe potuto coltivare ciò che voleva ed avere così a disposizione una vasta gamma di prodotti: non era così perché ogni metro quadrato di terra era destinato a colture primarie: frumento, segale, orzo, granoturco, vigneti e la rimanente superficie doveva essere mantenuta a prato per sfamare le bestie nella stalla che costituivano l’unica vera fonte di sostentamento.
Il latte veniva portato al caseificio ed in occasione della “caselada” si poteva avere formaggio ed una minima quantità di burro.
I ragazzi, nel giorno della “caselada” potevano mangiare ciò che eccedeva dalla formazione delle forme di formaggio, il cosiddetto “merlo”. Ogni stagione, poi, aveva i suoi piatti tipici: In primavera si raccoglievano i “denti de cagn” che venivano conditi con il lardo del maiale ed accompagnati da uova sode; si raccoglievano inoltre “nosioi”, “sgrizoi”, “popole” e “zime de ortiga” che si mangiavano in insalata.
Nel tardo autunno si potevano mangiare “i peri spadoni” che venivano consumati cotti in insalata, conditi con olio e aceto fatto in casa, le castagne, che rappresentavano una consistente aggiunta al pasto serale ed infine noci e nocciole (per la merenda).
Rari erano i dolci che venivano cucinati solo nelle grandi festività. Per Vigolo queste festività erano rappresentate dalle due sagre : S.Giorgio e la Madonna d’Agosto e in tali occasioni si poteva gustare qualche semplice torta “de pomi”, “de peri”, “el strudel” e la classica crostata.
Alla vigilia di Pasqua, il sabato santo, era tradizione “far el gloria” con la “fugaza” e del vino bianco.
I pasti erano accompagnati da vino di produzione locale a cui si aggiungeva, d’estate, “l’acquarol” prodotto con le vinacce già usate per il vino buono. “L’acquarol” veniva anche fatto mettendo a macerare frutta diversa: fichi, le more del gelso, il mirtillo nero e le mele. Alcune ricette: TOROLO’ Ingredienti: latte, acqua, sale, farina gialla e fagioli. Si portava a bollore il latte con l’aggiunta d’acqua e sale e quindi si versava un po’ di farina gialla. A cottura ultimata (circa venti minuti) si aggiungevano dei fagioli precedentemente cotti. MOSA Il procedimento e gli ingredienti sono simili al “torolò” ma in questo piatto non venivano aggiunti i fagioli.

FREGOLOTI
Ingredienti: latte, acqua, farina bianca. Si mette un po’ di farina bianca in un piatto e vi si cola sopra, goccia a goccia, dell’acqua lavorando la farina con le dita. Quando il latte bolle vi si aggiunge, con l’aiuto di una frusta, la farina bagnata e si lascia cuocere per quindici minuti.

SGUAZET
Ingredienti: Frattaglie, strutto, farina bianca. Si infarinano le frattaglie e si rosolano con un po’ di strutto di maiale. Si aggiunge acqua e si fa cuocere.

BROBRUSA’
Ingredienti: farina bianca, acqua (o latte), sale La farina bianca va cotta nel forno fino a che raggiunge un bel colore mielato. Si stempera quindi con dell’acqua o del latte e si fa cuocere per una ventina di minuti.

I BRUSTI
Ingredienti: Sangue di maiale, farina bianca, latte, porri, noci e castagne. Si cuociono le castagne, si arrostiscono i porri e la farina a cui si aggiungono tutti gli altri ingredienti ed il sangue del maiale. Si riempiono quindi delle budella con il composto, si chiudono con uno spago e si fanno bollire. Spesso non si usavano le budella ed il miscuglio veniva messo in una teglia. A cottura ultimata veniva affettato come un dolce.

Altre notizie curiose
Lo “smacafan”, cibo fatto con farina anche di grano saraceno o “formenton”, latte, uova, lucanica o, in alternativa con i “peri”, o i “pomi” veniva preparato giornalmente quando c’era abbondanza di “colostro” (il latte delle mucche che avevano appena partorito e che i vitellini appena nati non riuscivano a succhiare completamente).
I “zizotoi” sono il risultato della cottura del grasso del maiale (servivano per condire patate, pasta, polenta e altro). Il prodotto ottenuta dalla cottura era il “colà” che, invasato, si rassodava e serviva per condimento.
Il “pest” invece, era il lardo crudo spezzettato finemente e mescolato con delle spezie. Era molto saporito ed anche oggi è richiesto per determinati cibi. La “oladega” era detta la farina di granoturco contenente tutto l’amido; la si riconosceva al momento della cottura della polenta perché nell’acqua si formava una schiuma abbondante.

Diamo qui la ricetta del DADO VEGETALE
Ingredienti: gr 500 di cipolle gr 500 di carote gr 700 di salsa di pomodoro 1-2 zucchine ½ cespo di sedano una manciata di prezzemolo una manciata di basilico un po’ di salvia e rosmarino gr 500 di sale grosso Tritare tutte le verdure finemente, mettere il tutto in una capace scodella di vetro o di porcellana, aggiungere il sale, rimestare e lasciare a macerare tutta la notte. Accertarsi quindi che tutto il sale sia sciolto e invasare. I vasi, coperti d’acqua, debbono bollire per uno o due minuti e poi lasciati raffreddare.