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Antichi mestieri

IL FORNO

Era il 1921 quando io nacqui e mio padre Giovanni Giacomelli, aprì a Vigolo Vattaro in Via 3 Novembre il primo forno a legna per il pane.
Il forno era costituito da un’unica camera a cui si aveva accesso attraverso la “bocca” formata da un grande portellone di ferro. In essa si inserivano le fascine di legna secca, si accendeva il fuoco e si dovevano formare le braci; Quando la temperatura raggiungeva i 220° bisognava in tutta fretta togliere le braci, ripulire il piano ed inserire il pane per la cottura. Tale lavoro veniva ripetuto più volte ogni notte. La preparazione della pasta veniva eseguita esclusivamente a mano, attraverso tre fasi. Per prima cosa bisognava approntare il “levà” e cioè mescolare la farina con il lievito di birra ed acqua. Questa prima fase veniva eseguita nel tardo pomeriggio per lasciare il tempo necessario per la lievitazione all’impasto. La seconda fase consisteva nella preparazione della pasta e cioè si provvedeva ad amalgamare il “levà” alla farina ed al sale. La terza fase era quella in cui si dava la forma alle pagnotte per poi lasciarle lievitare ulteriormente in un’apposita stanza a temperatura costante. Bisogna tener presente che a quei tempi l’energia elettrica c’era e non c’era, per cui molte volte il lavoro veniva eseguito al lume delle lampade a petrolio : per produrre quel po’ di pane ci voleva una notte intera e parte del giorno seguente.
Il pane prodotto era pane comune integrale , pane bianco di farina “0” e pane di farina di segale o farina di orzo. Le quantità prodotte erano limitate, tanto che la consegna ai vari negozi del paese veniva eseguita a spalla con la gerla.
Mentre mio padre si occupava del lavoro di fornaio, mia madre accudiva i figli (nel frattempo erano nate le mie sorelle), allevava una mucca e coltivava un po’ di campagna e l’orto. Il lavoro continuò così fino al 1936, anno in cui mio padre si ammalò e fu costretto a chiudere il forno. Io ero ancora troppo giovane per sostituirlo.
Nel gennaio 1941 partii per la guerra. Dopo l’otto settembre 1943 tornai a casa e feci domanda per la riapertura del forno. Ottenuta la licenza feci costruire un forno moderno , in Via Roma nella nostra nuova casa ed acquistai alcuni macchinari per la lavorazione della pasta. Lavorai con alti e bassi in quanto la miseria nel nostro paese era di casa.
Ricordo che la gente mi portava la farina, quella che poteva, e a volte anche il sale. Per ogni chilogrammo di farina dovevo consegnare Kg 1,20 di pane e cioè tutta la resa ed il lavoro veniva pagato £ 2,20 per Kg. Successivamente ci fu la ripresa economica e per ben 20 anni il prezzo “calmierato” del pane è stato di £ 110 al Kg.
Le quantità di pane prodotto erano aumentate notevolmente e così pure i tipi di pane:” spaccate grandi e piccole” ,” sdramei”,” filoni”,” gramolà”, pane all’uva, “rosette”, pane all’olio, “bine”, “segala”. Con l’ausilio delle macchine e del forno elettrico il lavoro era più leggero ma , nonostante ciò, rimaneva un lavoro pesante per l’aumento delle quantità prodotte e delle “notti in bianco”.
Ricordo in particolare l’amarezza di quelle volte in cui i tedeschi , durante la ritirata, sequestrarono tutto il pane che avevo approntato, sotto la minaccia dei fucili; Se ne andavano così senza pagare e la gente del paese il giorno successivo, rimaneva senza pane.
Ora la vita è molto migliorata e si tende a non ricordare il passato che, però, noi anziani non possiamo dimenticare.
In particolare io non scorderò i miei collaboratori più validi e fedeli che hanno lavorato assieme a me per molti anni. Essi sono: Umberto Tamanini “Pipistrel”, Enrico Girardi e Lino Andreatta detto “Linotti Baga”.
Un grazie sincero lo dedico a mia moglie Rosetta che mi ha aiutato nel forno con pazienza e molta buona volontà lavorando di giorno e parte della notte.

Il fornaio
Nello Giacomelli

Vigolo Vattaro
Esami dei premilitari
La Commissione esaminatrice dei premilitari ha tenuta quassù l'ultima seduta per l'esame dei giovani della classe 1911, inscritti al primo corso di questo centro premilitare.
Alla seduta della Commissione presenziarono anche il Commissario Prefettizio del Comune ed il Comandante la Stazione locale dei CC.RR.

Inaugurazione nuovo Forno del Pane
Presenti le Autorità del paese, è stato inaugurato un nuovo forno del pane, tipo Record a vapore, installato nella casa di recente costruzione del Sig. Giacomelli Giovanni fu G.Batta da Vigolo Vattaro.
Gli intervenuti alla simpatica cerimonia dell'inaugurazione ebbero modo d'ammirare, con piena soddisfazione, il bel forno acquistato dal Giacomelli presso la ditta Enrico Battaglia di Bergamo, collocato in adatto locale, che offre tutte le garanzie di spazio, di luce e di ottima pulizia.
Il forno, a due camere di cottura, è capace di produrre fino a 10 quintali di pane al giorno; tutto rivestito, nella facciata principale, di piastrelle in porcellana, è illuminato a luce elettrica con interruttore automatico.
L'ampio locale, dov'è sistemato il nuovo forno, è provvisto d'acqua corrente calda e fredda e vi sono pure installate ancora due macchine della medesima Ditta: una spezzatrice ed una impastatrice azionata a forza elettrica. E' con vero piacere che salutiamo questa bella iniziativa, dovuta all'operosità del Sig. Giacomelli, augurando che la nuova industria, di cui il paese era sprovvisto, possa affermarsi e costantemente progredire e beneficio comuine del bravo pristinaio e dei suoi concittadini.

Il Corrispondente
A. Marzari

N.B. Prego l'On. Direzione del Giornale di volermi spedire delle buste "Fuori sacco" per la cosrrispondenza.

 

LA STORIA DEI FUNGHI

Nel lontano 1929 giunsero in villeggiatura da Milano e fratelli Sarri Francesco, Emilio e Maddalena (sposata in Sommariva).
Questa famiglia era proprietaria di una piccola industria conserviera dove lavoravano carciofini, olive e funghi. Trovando nel nostro paese e dintorni una buona zona da funghi (brise), dopo circa cinque anni, decisero di iniziare la raccolta e la lavorazione in salamoia delle “brise”.
Questa attività iniziò presso la casa del Signor Giovanni Demattè (Saieta) nella piazza del paese. I funghi venivano raschiati e lavati per bene, lessati in acqua, sale e, non sempre, con timo. Venivano quindi fatte bollire per 40 minuti avendo così la certezza della conservazione. Passati i quaranta minuti venivano vuotate in recipienti di legno (panare).
Le lessatura veniva fatta in pentole di rame stagnate dal “Sisinio parolot”.
A quei tempi c’erano due cercatori di funghi misti “el Carini” e la “Giulia Zuza” che li consegnavano a Mattarello e Romagnano. Perché non si danneggiassero li trasportavano “el Carini” con il “zeston” e la Giulia con “le sportole de sfoiazi”.
Ritornando alle “brise” ci accorgemmo che la loro raccolta poteva essere una fonte di guadagno e così aumentarono i cercatori.
A questo punto i fratelli Sarri decisero di ampliare l’azienda. Si trasferirono, affittando dal Gasperi un appartamento e la caldera che poi hanno conservato per diversi anni.
La merce aumentava ancora e l’ambiente divenne troppo angusto e così si trasferirono nuovamente questa volta presso la casa del Signor Giovanni Dallabrida (Goso). L’ambiente era molto più spazioso e vi organizzarono un centro di raccolta e lavorazione. A questo punto i funghi di Vigolo non bastavano più per soddisfare le richieste milanesi e così il commercio si estese in altri paesi. A Centa S.Nicolò venne incaricato della raccolta il Leone conosciuto come “Baffo” o Mochen”. Proprietario di una motocarrozzetta si spingeva fino all’Altipiano di Lavarone e a Luserna da dove riportava le “brise” e la “Bianullaria Imperiali” (grugni, in dialetto).
La voce che a Vigolo si lavoravano i funghi si estese e giunsero così a prendere contatti con i Sarri Paoli Gino di Canezza e Weiss Severino da Pergine i quali si impegnarono per la raccolta.
Il sottoscritto passava a ritirare la merce presso di loro come anche a “Migazon” dal “Gigio dei Toni”.
Giunse l’autunno e con esso iniziava la stagione della raccolta delle “brise” e i Dallabrida si prepararono per la raccolta e la distillazione delle vinacce : i fratelli Sarri si trasferirono così in Via Urbano Bridi negli avvolti dei “Brobrusai”.
Le “brise” venivano lessate e con la loro bagna venivano messe nei barattoli di latta, chiusi ermeticamente con apposita macchinetta e sterilizzati a bagno maria.
Le “brise” che non potevano essere utilizzate venivano tagliate a fette e quindi essiccate in un forno ad aria calda, costruito dal “vecio strazarol” Giovanni Bridi.
Dopo il decesso di Maddalena Sarri, la ditta passò a suo figlio Bassano, conosciuto in paese con il nome di Nino. Questi, avendo migliorato la propria posizione economica, cessò di lavorare durante la notte e, per non abbandonare la nostra zona, mi incaricò di lavorare per lui, insegnandomi le procedure richieste. Lavorai per la ditta per alcuni anni e poi dovetti smettere per motivi di salute.
Di lì a poco la ditta venne chiusa definitivamente.
Quando mi ristabilii procurai di portare in paese commercianti di funghi freschi in modo da riprendere la raccolta e la vendita .
Da tutti i cercatori di funghi va sicuramente un caloroso grazie a Weiss Ida ed al marito Armando.
Tutto questo, naturalmente, succedeva prima dell’entrata in vigore della legge attuale.

Luigi Nicoletti

 

EL SILVIO LOTA

Verso la fine dell’ottocento Silvio Demattè aprì un piccolo negozio di generi alimentari in Via Vittoria. Durante la I° guerra mondiale venne chiamato alle armi e, durante questo periodo, l’attività viene portata avanti dalla moglie Maria con la sorella Amabile, che si occupava nel contempo dei figli Irma, Gemma, Tullio e Rina.
In quegli anni ogni cosa era venduta sfusa ed era una tipica usanza quella di andare a bere un grappino al mattino presto (4,30) prima di andare a lavorare.
L’attività viene continuata anche durante la II° guerra mondiale.
Gli acquisti di generi alimentari di prima necessità durante quel periodo venivano regolati tramite l’uso di tessere sulle quali venivano applicati i bollini in dotazione alle famiglie.
Deceduto Silvio, nell’azienda gli succede il figlio Tullio che, con la moglie Maria, rinnova il negozio facendo installare dei vasconi per la cura del baccalà, un locale apposito per la stagionatura dei formaggi ed uno per la conservazione dei salumi. Quasi tutte le famiglie allevavano almeno un maiale e, quando arrivava il momento della macellazione, tutti acquistavano le giuste dosi di droghe fatte dal Tullio “lota” per fare le luganighe.
Nel 1951 Tullio ebbe il primo figlio alquale, in memoria del nonno, venne dato il nome di Silvio. Le abitudini della gente non erano cambiate: si alzavano molto presto al mattino e andavano in negozio a qualunque ora, nonostante il regime fascista avesse imposto un orario che doveva essere rispettato.
L’economia del paese iniziò a risollevarsi ma le famiglie acquistavano ancora solo lo stretto necessario e c’era sempre qualcuno che, durante l’ora dei pasti, si presentavano con un tazzina per comprare una “deca di conserva”.
In quel periodo i pagamenti venivano effettuati tramite libretti intestati alla famiglia sui quali veniva segnato l’importo della spesa, di volta in volta, e il conto veniva saldato a seconda degli introiti della famiglia. Nel 1956, quando nasce il secondo figlio Franco, le cose cominciarono a migliorare tanto che venne installato uno dei primi impianti termoidraulici con caldaia a nafta.
Dopo pochi anni Tullio e Maria decisero di specializzarsi nella vendita di stoffe, lane, mercerie, casalinghi e ferramenta, abbandonando i generi coloniali e puntando sulla vendita delle prime confezioni.
Gli anni sessanta, segnati dal boom economico, portano Tullio e Maria alla costruzione di un nuovo negozio, proprio di fronte e quello vecchio che venne venduto al calzolaio Giuseppe Bianchini. Nel 1976, dopo il decesso di Tullio, l’attività viene continuata dalla moglie Maria e dai figli Silvio e Franco.

 

IN FILANDA PRIMA DEL 1914

Un potente e lungo fischio rompe il silenzio dell’alba, non ancora nascente,... ore cinque del mattino (el zifolot de la filanda che ciama...) donne e giovani ragazze, circa una cinquantina, attendono di iniziare il proprio lavoro.
Alle cinque e un quarto erano già tutte pronte nella sala: le giovani “le strusadore” servivano le addette alle bacinelle. Le bacinelle consistevano in una specie di lavandino in ferro nel quale arrivava l’acqua semi-bollente e le donne con maestria ed esperienza cercavano “el cao” che permetteva poi di poter srotolare il bozzolo.ricavandone una matassa.
Alle otto del mattino c’era una pausa di un quarto d’ora per la colazione che consisteva in circa mezzo litro di minestra d’orzo oppure di “torolò”.
Alle undici c’era una pausa di un’ora per il pranzo ed il lavoro riprendeva a mezzogiorno. Nella lunga sala delle caldere, passeggiava un uomo alto e robusto d’aspetto rigido e severo: il barone Silvio Trentini.
E’ passato alla storia il suo detto, con cui apostrofava le donne : “Io son Dio, che ghe vede davanti e anca de drio”. Il lavoro continuava fino alle sette e, a volte, anche di più perché il barone fermava l’orologio che era appeso in fondo alla sala.