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I nostri scrittori

Cappella di Malga Derocca

Nel pallido sole
di questi giorni brevi
pura mi sorridi, semplice
cappella di Malga Derocca.
Dall’alto del colle
ove t’han posta
tra candide nevi
e dritti pini
quasi ceri accesi
innanzi ad un grande altare
mi chiami.
E aspetto
quel bagliore di luce
che brillerà sul tuo tetto di latta
Annuncio di Primavera.

******

E’ così
Più non cantano
i grilli e le cicale
nelle calde notti d’estate.
Nè più il sole indora
i grandi campi di grano
ricchezza della nostra gente.
Questa mia dolce terra
un tempo così piena di
canti e di profumi
avvilita e stanca
senza che nessuno pianga.

 

El noss simbol

Savè done, che vardando l’altro dì
dala  finestra, m’è vegnù ‘n idea
“brilllante”, come digo sempre mi.

Ho vist ‘na pianta striminzida,
ci rami ciari e sottii, tuta en fior:
“Ecco el noss simbol”, ho pensà.

El calicantus, che sbocia senza far rumor.
L’è picol, senza pretese, zaldo de for, de dent ross, tacà
su rami nudi, che par sechi, carghi de gropi,
propi come sen o deventan noi con l’età.

Però l’è en fior che gh’ha coraggio, emprofumà
che se mete en mostra en inverno,
quando i passa en pressa tuti embacucai,
senza farghe caso, come i fa con noi.

E alora fussente noi bone de donar
el so profumo, cossì delicat e forte
che ‘l spande da lontan,
sarìa en segn che ne ricorderìa doman.

 

PANE

Quando giungeva l’autunno, molti e molti anni fa, mio padre era il seminatore ed io andavo con lui: seduta sul carro tirato da due buoi, il Bianco e il Griso. Sul carro avevamo caricato l’aratro, l’erpice, il sacco delle sementi.
Mio padre era alto, magro, capelli corti e neri, mento rasato: non assomigliava certo ai Patriarchi, ma era sostanzialmente un uomo biblico: laborioso, onesto, saggio, fiducioso ma anche rassegnato, credente con una convinzione acquisita in lunghi ani di vicinanza con Dio, coerente sempre. Aveva anche un nome biblico: Giovanni Battista. A quei tempi gli uomini appartenevano tutti, nel nome, nelle azioni, nei pensieri, nei rapporti umani, a quel mondo remoto di Abramo.
Anche le donne erano bibliche (mia madre si chiamava Maria) e le ricordo fiere, orgogliose, piene di saggezza, regine della casa, forti sempre: nella povertà, nelle malattie, nella vedovanza, nella solitudine.
Dunque mio padre ed io andavamo a seminare. Aggiogati i buoi all’aratro, io li conducevo per la cavezza e mio padre teneva le stegole dell’aratro. Sentivo, sulle gambette nude, l’alito caldo che usciva dalle loro larghe narici e mi scaldavo le manine sul loro corpo fumante di sudore. Pecorelle tranquille brucavano nel prato vicino l’ultima erbetta e si chiamavano con belati sommessi. Corvi, in stormo, volavano bassi, si appoggiavano, si alzavano, gracchiavano. Il sole calava lentamente verso il Bondone.
Avanti e indietro nel campo, per non so quante volte. La terra si rivoltava, controluce la si vedeva fumare e sembrava uno splendido mare scuro con le onde ferme.
Finita l’aratura, col grano in una sacca a tracolla, mio padre seminava: i passi erano lenti, cadenzati, uguali; la mano prendeva un pugno di grano e lo gettava con moto ritmico, uniforme, in un ventaglio di piccole perle. L’ombra, lunga, lo seguiva o lo precedeva, mentre il sole scompariva dietro la montagna e l’aria si faceva fresca.
Lo vedevo spuntare, il grano, con un filetto d’erba, tanti fili d’erba, un mare ancora, ma verde e la mattina presto ogni piantina aveva sulla punta una goccia di rugiada che il sole nascente faceva brillare di luce argentea.
“Sotto la neve pane...” Ne veniva tanta, di neve, allora e teneva caldi i teneri germogli. A marzo il tepore primaverile scioglieva la neve ed ogni piantina cestiva ed allungava molti gambi e poi metteva molte spighe. “la semente, caduta sul terreno fertile, produsse il centro per uno”. Il campo era ancora un mare e le onde erano ampie e mobili: mi fermavo a scrutare il loro movimento in sincronia coll’alitare del vento.
Erano sì erbacce, ma quando le spighe ingiallivano, fiorivano i papaveri, i fiordalisi, i convolvoli: verde, giallo, rosso azzurro, bianco; una tavolozza, un dipinto, un quadro, una natura viva.
Sempre mio padre una sera annunciava: domani si va mietere! Ed era una festa. Ci si alzava per tempo (l’umidità della notte e del mattino favoriva il taglio) e con la falce ed i falcetti facevamo cadere i lunghi culmi e bionde spighe. Poi si legava il frumento a mannelli, che si ammucchiavano in piedi, uno vicino all’altro; si preparava un fascio molto voluminoso che si stendeva sopra il cono di mannelli e diventava il covone. Una fila lunga di covoni che noi, bambini,  chiamavamo  “i omeneti”.
La mamma raccontava il faticoso lavoro della trebbiatura a mano, ella ed il babbo col correggio, il frumento disteso sull’aia, un colpo l’una ed un colpo l’altro, finche la paglia si poteva levare e sotto c’era il bel grano.
Noi ragazzi, più fortunati, abbiamo potuto aiutare a trebbiare quando una trebbiatrice meccanica girava il paese, casa per casa, ed in un giorno di lavoro era fatto: bastava buttare i mannelli nella grande bocca di quel mostro, raccogliere il grano nei sacchi, portare la paglia nel fienile e la pula nel mucchio della lettiera.
Passava periodicamente il mugnaio a prelevare il grano che macinava nel suo mulino, laggiù in fondo alla valle dove il rio Stolzano faceva girare le ruote di molte fucine.
E finalmente avevamo la farina: la madia era piena ed il granaio la custodiva per tutto l’anno.
E la mamma impastava il pane: con movimenti lenti, uguali, silenziosi, quasi sacri. Divideva la pasta in tante pagnotte che lavorava a chiocciola, a treccia, a rosetta; su alcune incideva col coltello il segno della Croce. Usciva dal forno un profumo che riempiva tutta la casa ed inebriava; un odore che non dimenticherò mai: l’odore del pane. Anche girando per il paese si sentiva quell’odore uscire dalle case.: la Minica, la Rachele, la Nani, la Tonina...cuocevano il pane.
Lo mangiavamo quel pane, con la felicità di aver lavorato noi, tutti noi, per produrlo e intorno alla tavola si sentiva aleggiare la voce, gratificante, biblica anche quella, che ci ricordava la gioia di averlo guadagnato col sudore della fronte. E c’era, intorno alla tavola, la sacralità di una Cena lontana e di una Mensa ecclesiale. Non ho mai mangiato un pane così buono come quello fatto dalla mia mamma.
La “gudaza” Veronica, cioè la mia madrina del Battesimo, faceva il pane saporitissimo. Era stata “a servire dai signori” e perciò era molto brava. Viveva, senza figli, col marito e poteva disporre di latte, uova, zucchero. Diventava un pane che deliziava. Andavo a trovarla nelle festività, per il suo compleanno ed onomastico e mi invitava per il mio compleanno ed onomastico.  Mi offriva una merendina con un pane ed alcune fettine di salamino, un altro pane me lo regalava e lo gustavo a casa come un tesoro prezioso.
Ora la mia vita la vivo in un tempo molto lontano da quegli anni e mi sembra di averli vissuti secoli fa. Tuttavia tento di farli ritornare.
Entro nelle panetterie, piena la tasca di denaro e chiedo: “Avete il pane della mamma? Avete il pane della gudaza Veronica?”
“No, mai sentiti nominare”. E ridono. Di me!